Dodicesima notte

Due gemelli, Viola e Sebastiano, fanno naufragio in Illiria. Viola, che crede il fratello morto, si traveste da uomo, entra come paggio alla corte del Duca Orsino e se ne innamora. Ma Orsino ama la Contessa Olivia e costringe Viola a fare da messaggero del proprio amore. La Contessa, credendo Viola un uomo, a sua volta se ne innamora. L’arrivo di Sebastiano chiarirà ogni equivoco.

Shakespeare colloca la vicenda in Illiria, che non è un luogo geografico, ma un luogo della fantasia. È un palcoscenico dove nulla è davvero quello che è, dove tutto è apparenza, dove non esistono passato e futuro (da dove vengono Viola e Sebastiano, qual è il motivo del loro viaggio, dove sono diretti?).

Il gioco scenico dell’equivoco, dell’inganno, del travestimento, l’ambiguità, acquistano qui un valore più alto. La commedia va oltre il puro intrattenimento, diventa strumento di esplorazione del tessuto profondo della vita, conservando però la leggerezza e la gioiosità della favola, del racconto fantastico da “mille e una notte”. Ma è appunto una leggerezza apparente fin dal titolo: “La Dodicesima Notte” con l’aggiunta di “o quel che volete” che sembra un invito a non considerare definitivo, reale, neppure il titolo. Shakespeare non offre certezze e chi ha la fortuna di misurarsi con un’opera così spiazzante e inafferrabile, deve navigare in mare aperto.

Un mare ingannevole, in cui “nulla di ciò che è così, è così”. Una sfida esaltante.

Riccardo Cavallo

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